Gli italiani hanno davvero capito il rap? (da Noisey Italia, Febbraio 2016)

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Possiamo dire tranquillamente che nel 2016 tutti ascoltiamo rap. Pure io che dieci anni fa avevo i capelli lunghi, il pizzetto, mi mettevo le magliette dei Megadeth e storcevo il naso quando sentivo gli Anthrax su Bring the Noise coi Public Enemy (a proposito delle magliette dei Megadeth: in realtà ero solo arrivato troppo presto). Oggi il rap lo ascolta pure chi usa ancora il termine “indie” quando la gente gli chiede che genere fa col suo gruppo, pure chi commenta i post su Facebook di Vivo Concerti taggando gli amici. Oggi il rap lo ascolta pure chi mette la sessione privata su Spotify per “provare a capire perché la gente impazzisce per Fedez”. E lo stesso fenomeno accade a livello mondiale—non siamo lontani dal dire che oggi un certo tipo di ascoltatore rap è indistinguibile da chi fino a poco tempo fa era il target del pop super-mainstream.

Questo non è affatto un male, anzi va tutto bene. Stiamo assistendo a un passaggio importante per la storia della musica: quella che trent’anni fa era una sottocultura nata dalla necessità di espressione artistica in un contesto violento e marginale, una sottocultura nata dalle difficoltà degli afroamericani, oggi è diventata mainstream. Anzi, oggi il rap è più forte del mainstream, del pop, delle chitarre, di qualsiasi altra cosa. L’unico problema, in tutto questo, sta nel modo in cui noi, che non veniamo da quella sottocultura e non abbiamo nemmeno idea di come sia toccarla da vicino, ne fruiamo in modo più o meno leggero. E banalmente non è soltanto una questione di cultura, ma innanzitutto di barriere linguistiche. Un ascoltatore di rap medio, con il suo inglese medio, non può percepire il rap come un suo equivalente americano o inglese. Perché? Ce lo spiega Paulo Freire, che è uno studioso dell’educazione brasiliano. Se non avete sbatti di leggere la citazione potete saltarla, ve la rispiego appena dopo.

L’educazione funziona o come strumento usato per facilitare l’integrazione delle generazioni più giovani nella logica del sistema presente nell’ottica di creare conformità o diventa una pratica di libertà, il modo in cui uomini e donne interagiscono criticamente e creativamente con la realtà e scoprono come partecipare alla trasformazione del mondo.

Queste parole vengono dalla sua Pedagogia degli Oppressi, un testo seminale nel campo della pedagogia critica. In pratica, secondo Freire, l’educazione scolastica, quella scritta, non serve a nulla se lo studente non sviluppa la capacità di porsi criticamente nei confronti della realtà in modo da metterla in questione e migliorarla in un’ottica collettiva e collaborativa. Che riportato al nostro argomento significa che, se mi trovo di fronte il testo di una canzone—rap, in questo caso—e non provo a comprenderlo criticamente, se me lo lascio scorrere addosso diciamo, non sto intraprendendo un processo di arricchimento personale. Questa acriticità semantica con cui approcciamo i prodotti culturali esteri ci porta probabilmente ad un maggiore coinvolgimento sonoro tout court: ci facciamo prendere dal beat, cantiamo il ritornello un po’ a caso, sbiascicando sillabe. Ci divertiamo: Dess no mi, actinlaiaueismen dess no mi.

Ma ha senso che il rap americano e il grime inglese siano solo questo, nel 2016? Non è un po’ uno spreco fruire del loro ricchissimo linguaggio e del loro enorme potenziale sociale senza avere gli strumenti per applicarne il significato alle nostre vite o al contesto a cui si riferiscono?

Metto in chiaro che usando l’espressione “avere gli strumenti” non pongo una contrapposizione tra un pubblico “alto” e uno “basso”. Parlo in termini educativi/linguistici—e il problema, a questo livello, sta nel fatto che la tradizione dell’insegnamento delle lingue in Italia ha un approccio pesantemente grammaticale e poco pratico, e conseguentemente non calato in un contesto. Il risultato è che magari cinque verbi riusciamo a coniugarli, una mail di lavoro la sappiamo scrivere, ma a meno di aver avuto culo coi professori o esserci allenati in modo autonomo, se ci troviamo di fronte un madrelingua molto probabilmente ci caghiamo in mano a parlargli tranquillamente.

Questo però meriterebbe una riflessione a parte. Per concentrarci su come questo gap si applica alla fruizione musicale, iniziamo dalle sculture di Rodin. Se me ne trovo di fronte una posso apprezzarla in quanto ho dei personali canoni di estetica. Ma sapere che le sue opere erano brutalmente crude, realiste e volutamente incomplete in un mondo in cui la scultura era decorazione, formula e allegoria le mette in prospettiva. Mi permette di addentrarmi maggiormente nel riconoscerne il valore e non solo spararmi una fotina e dire, “Ah, che bomba l’Uomo che cammina!”

#paris #art #museerodin #whatfranceis #lhommequimarche #nofilter #likeforlike

Mi sono lanciato in questo paragone figurativo soprattutto per poter citare What the Fuck Did He Say? Young Thug and the Abstraction of Rap, un pezzo di Brian Zarley pubblicato sul sesto volume della Pitchfork Review. Nel suo articolo, Zarley traccia un paragone sorprendentemente sensato tra la nascita dell’astrattismo a livello pittorico e il flow di Thugga. “Mondrian sosteneva che la sua ‘nuova idea plastica’ non potesse essere espressa tramite la rappresentazione, ma tramite i principi puri che la compongono: il colore e la linea”, scrive Zarley. Allo stesso modo, il potenziale rivoluzionario di Young Thug sta nell’essersi concentrato non sui parametri secondo i quali normalmente giudichiamo il valore di un MC—flow, vocabolario, retorica—ma sulla fonetica, sulla pronuncia. O, in altre parole, sul modo in cui usa i fonemi, “i principi puri” che che compongono il linguaggio.

Il valore di Thug sta quindi nel fatto che le sue canzoni non parlano-di-qualcosa ma sono espressione astratta e fine a se stessa. Il suo ultimo singolo “F Cancer (Boosie)” è, a quanto traspare dal titolo, un omaggio all’amico Boosie Badazz, recentemente sopravvissuto a un cancro ai reni. Ma i riferimenti alla malattia si esauriscono nella prima riga del primo verso. “Fanculo il cancro, un saluto a Boosie”, dice Thugga, e nel giro di trenta secondi lo troviamo a sparare boiate tipo “Ho un sacco di ali che mi circondano il corpo”, “Sono Rey Mysterio, la mia vita su HBO” e “Sai che ho pane come un croissant”. Che cosa importa il contenuto quando è pronunciato in quel modo così fuori dagli schemi, così nuovo e strano che anche un americano medio fatica a comprenderlo ad un ascolto disattento? Basta guardare il processo di trascrizione dei suoi testi che scatta su Genius ogni volta che esce un suo nuovo brano per rendersi conto di come diverse interpretazioni si sovrappongano nella ricerca di un significato comune. Il punto è che non c’è la necessità di trovarne uno.

Ora, se in Italia chi normalmente ascolta rap—dal ragazzo che sta al centro sociale a fare freestyle cercando di diventare il nuovo Kaos, ai pischelli che vanno a vedere Moreno quando firma le copie del disco all’Auchan di Cesano Boscone—si ascolta Young Thug, probabilmente non lo fa per apprezzare le sue sfumature di pronuncia. Gli piace la musica, così come qualche parte del testo, e probabilmente si gasa a sentire il ritornello di Check e ride ogni volta che Thugga dice SHEESH! perché gli viene in mente Matteo Renzi che prova a parlare inglese (viene in mente anche a me, purtroppo).

In breve: per il modo in cui generalmente siamo abituati a percepire la cultura estera—sempre doppiata, sempre italianizzata, riadattata secondo i nostri standard—non ci è immediato comprendere il significato di una canzone rap non italiana, quindi non è possibile il più delle volte cogliere le stratificazioni di questo genere tutt’altro che semplice.

Questa non-astrazione del linguaggio del rap si nota nel momento in cui i media musicali mondiali si concentrano a decifrare e speculare sull’universo linguistico e fonetico dada di Young Thug, mentre qui da noi ogni tentativo di allontanarsi dalla linea semantica classica, come quello di Bello Figo Gu, viene liquidato come parte di quell’orribile filone chiamato LOL RAP. Che poi sia vero o no, è comunque assurdo che non ci rendiamo conto della particolarità del suo universo linguistico e del parallelismo con quanto avviene all’estero. Anche Bello Figo non usa solo lemmi esistenti e ha i suoi neologismi: facciaml, bonegiare, minghie, felicio. Anche Bello Figo si lancia in metafore e paragoni praticamente insensati in cui è il suono e non il significato ad acquistare importanza. Se fosse solo un povero coglione buono per due risate, perché molti rapper italiani più che rispettati non si fanno problemi a sostenerlo e, anzi, a seguire indirettamente le sue orme? Perché non è scomparso come i vari TruceBaldazzi e compagnia bella? Ora, Bello Figo vuole far ridere, e non è che abbia automaticamente il valore di Thugga – ma i paragoni ci sono, ed è divertente ascoltare, per dirne una, “Mussolini” pensando a cosa sarebbe successo se Gu fosse nato a Little Mexico, dall’altra parte dell’oceano.

[Continua a leggere su Noisey Italia]

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