Intervista: Alex Turner, Arctic Monkeys (da Rumore 260, Settembre 2013)

turner

Arctic Monkeys
Teste da anni settanta e amori moderni o, Non so bene cosa voglio ma di sicuro voglio te
di Elia Alovisi

Finché non apre la bocca, Alex Turner sembra uscito dal deserto del Nevada. Mocassini di cuoio, cinturazza, capello leccato, occhiale da sole. Non appena inizia a parlare, però, tra i “summat” al posto di “something” e i “me” al posto di “my”, si ritrasforma in un ragazzo di Sheffield cresciuto tra cocktail e DJ set. È strana la discrepanza tra il modo in cui appare e il modo in cui parla: ti aspetteresti una rockstar spavalda e strafottente, invece hai di fronte un ragazzo rilassato e pensoso che dosa cautamente le parole, ma lo fa con il sorriso e non il broncio. I testi di AM, il quinto disco della sua band, ruotano principalmente attorno a donne difficili e sfuggenti. Sono tante le domande. “Voglio saperlo?”, “Sei mia?”, dice lui; “Perché mi chiami sempre quando sei fatto?”, dice lei. Non mancano i desideri: “Voglio tutto”, “Voglio essere tuo”. Assenti, invece, le risposte. Abbiamo provato a tirargliene fuori qualcuna.

Com’è stato tornare a Glastonbury come headliner cinque anni dopo la prima volta?
Fantastico. Assolutamente splendido, stavolta è stato molto naturale. Tutto era più difficile nel 2007, avevamo fatto molti meno concerti e avevamo molte meno canzoni. Adesso abbiamo imparato a muoverci meglio.

Dopo l’esperienza di Humbug, siete tornati a collaborare con Josh Homme.
Sì, Josh è su Knee Socks, verso la fine del pezzo. Gli abbiamo lasciato carta bianca e ha deciso di cantare una sorta di contro-melodia che mi ricorda molto Bowie.

Le parigine [knee socks appunto, nda] sono il tuo pezzo di intimo preferito su una donna?
(ride, ndr). Tu pensi?

Se ha le gambe giuste.
Esattamente, sì. Il meglio è la giarrettiera. Ma poi non sarebbero più parigine, giusto? E poi sono più spesse delle calze da donna. Comunque non sono il mio intimo preferito, vado con il push-up.

Nel testo di Arabella parli molto dell’universo.
Volevo usare quella tavolozza linguistica per provare a descrivere una donna. Ci sono molte canzoni che usano quella sorta di parole… galassia, interstellare, costellazione, cose così, ma di solito vengono usate tanto per essere usate. Io invece volevo renderle parte attiva di una descrizione, sono immagini che trovo molto interessanti. In Inghilterra, sulla BBC, c’è questo programma che si chiama Wonders of the Universe, con il professor Brian Cox. Ed è uno dei miei programmi preferiti (sorride compiaciuto, ndr).

Nel testo spunta fuori anche Barbarella.
Sì, anche se non ho letto praticamente nulla dei suoi fumetti e ho visto solo un pezzettino del film. Non mi piacciono molto i B-Movies. Per conoscerla ti basta aver visto un poster, è tutto quello di cui hai bisogno. L’ho solo usata per fare una similitudine con il costume che indossa.

Come si rapporta la suite di cui canti in Fireside con la stanza 505 di Favourite Worst Nightmare?
Sì, parlo di una suite nel mio cuore… o nel cuore di lei? Bé, nel cuore di qualcuno. La stanza 505, nella mia mente, è qualcosa di profondamente concreto. Ho scritto quel pezzo su un treno tra Philadelphia e New York, la mia ragazza era in un hotel ad aspettarmi e ho semplicemente scritto di quello [la voce di Turner si fa sempre più sussurrata con il procedere della frase, nda]. In Fireside, invece, è tutto figurato.

Quindi quanto c’è del vero te nei tuoi testi e quanto è solo immaginazione?
Non c’è una regola, a volte nei testi c’è molto di me quando meno te lo aspetteresti. Ci metto dentro dei piccoli segreti. Quello che cerco di evitare è che chi ascolta un mio pezzo dica, ‘oh, sta parlando di quella ragazza’. Hai presente quando leggi un romanzo e, in qualche modo, nella tua mente vedi i suoi personaggi con il viso di qualche tuo amico, o dei tuoi attori preferiti? È lì che voglio arrivare con la mia musica, voglio che sia come mettersi di fronte a una storia, non all’evidenza di due persone con un nome e un cognome che si stanno baciando. Sta a chi ascolta dare ad entrambi una faccia. Quando scrivo ho praticamente sempre in mente qualcuno o qualcosa, ma non importa realmente.

Come ti è venuto in mente di usare parole di John Cooper Clarke per I Wanna Be Yours?
Abbiamo scritto la maggior parte dei pezzi di questo disco su un quattro piste che mi hanno regalato per il compleanno. Ho passato un po’ di tempo a registrarci idee sopra, a volte mandavamo in loop una melodia di basso e batteria per cinque minuti e il fatto di essere su nastro dava al suono un colore incredibile. Poi mi mettevo lì seduto con le cuffie e un microfono a canticchiare melodie, o a inventare testi stupidi per iniziare a trovare qualche idea. Un giorno, mentre improvvisavo, mi sono uscite le parole I wanna be yours e mi sono ricordato che erano il titolo di una sua poesia. Ho pensato che sarebbe stato bello usare le parole di qualcun altro – e soprattutto le sue, sono un suo grande fan. È uno dei miei pezzi preferiti del disco, già solo il fatto del testo lo rende diverso da tutto quello che abbiamo fatto finora. E poi adoro la contrapposizione tra il procedere lento della musica, un po’ sexy e ammiccante, e le sue parole.

La festa di cui parli in No. 1 Party Anthem sembra molto più tranquilla di quelle che raccontavate in passato, vedi la casa di This House Is a Circus.
È vero, ma le feste a cui andiamo sono ancora belle incasinate. Sono solo lunghe il doppio.

Devo immaginarmi una sorta di festa per celebrità indie?
Festa per celebrità indie? [Ride.] No, no, no. La lentezza del tempo di quel pezzo da al tutto un’atmosfera un po’ alla Los Angeles. È una città che, a quanto mi dicono, è molto simile a quello che dipingiamo nel nuovo disco, e sto iniziando a pensare che potrebbe essere vero. Non che assomigli agli Eagles, ecco.

In effetti è come se il vostro suono si stesse facendo man mano più americano.
Sì, forse. C’è qualcosa di speciale in quella parte del mondo. Tutto quello che è uscito dalla California deve qualcosa al rock degli anni ’70, la spontaneità di quei ritmi torna anche nell’hip-hop della West Coast. Ma poi sono arrivati i cazzo di anni ’80 e… un sacco di band del cazzo che non rientrano in questa teoria. Penso che comunque nel nostro suono ci sarà sempre qualcosa di inglese, è una cosa da cui non potremo mai staccarci.

Quanto conta ancora Sheffield in quello che fate?
Bé, sai… [si batte due dita su un tatuaggio che ha all’interno del braccio: la rosa dello Yorkshire e sotto la scritta “SHEFFIELD”].

Su AM ci sono tre canzoni i cui titoli sono domande.
Non ti accorgi di cose come questa finché non ti metti lì a scrivere i titoli dei pezzi uno dopo l’altro. Non me ne ero accorto fino a quel momento, ci sono anche un sacco di wanna.

La protagonista di R U Mine? è avvolta da un certo immaginario western, la ritrai come “un cowboy solitario che cavalca in uno spazio aperto”. E in All My Own Stunts parlavi di “guardare film di cowboy in pomeriggi uggiosi”.
Adoro lo stile western. Le cravatte di cuoio, le cinture… Hey, guarda questa che ho addosso! [Si alza e mi mostra la sua cintura di cuoio, girandosi di schiena: c’è inciso sopra “TURNER”, ai lati dei ferri di cavallo.] Me l’ha regalata un amico per il mio compleanno, quest’anno è stato davvero bello, tra questa e il quattro piste. Adoro anche i film western, soprattutto quelli su Butch Cassidy. Adoro anche le colonne sonore di Ennio Morricone, ovviamente.

Come festeggi i tuoi compleanni di solito?
Non sono niente di troppo devastante. Compio gli anni ad inizio gennaio, tutti devono ancora riprendersi da Natale e Capodanno, quindi la risposta media che mi danno di solito è “scordatelo”.

In Why’d You Only Call Me When You’re High? tornano i messaggi scritti da ubriachi di cui parlavi in The View From the Afternoon.
L’abbiamo fatto tutti almeno una volta, dai. Quel testo potrebbe essere uscito dal primo disco, ma la musica è pienamente inserita in quello che stiamo facendo adesso. Volevo solo scrivere qualcosa di semplice.

Dato che siamo sull’argomento: quand’è l’ultima volta che sei stato rimbalzato all’entrata di una discoteca? Non è più come in From the Ritz to the Rubble, no?
Cazzo, è stato tipo quattro settimane fa! [Ride.] Eravamo a Stoccolma, stavamo provando ad entrare in un’area della discoteca e non c’è stato modo di entrarci.

Che cosa sono i Mad Sounds di cui parli?
Quella canzone parla di quei momenti in cui metti su una canzone ed è come se stesse parlando esattamente di quello che provi. È una canzone che parla di quelle canzoni, e spero possa diventare una di loro. A me fanno quell’effetto alcuni pezzi di Lou Reed, John Cale, o Harry Nilsson. È come se a volte riuscissero davvero a capire come mi sento, e resti lì a dire, ‘che cazzo…’ e quasi li mandi affanculo.

Il punto in cui il pezzo esplode è quando vi mettete a cantare una serie di ooh-la-la-la. Qual è il momento-la-la-la che più ti è rimasto dalla musica che ascolti?
Assolutamente il do-dodo-dodo-do-do-do-do di Walk on the Wild Side di Lou Reed.

A proposito, a chi era venuto in mente di chiamare una canzone The Hellcat Spangled Shalalala? Che cosa significa?
La cosa è venuta fuori un giorno in cui ci eravamo messi a inventare nomi di pedali per chitarra – a volte hanno dei nomi assurdi. The Blond-o-Sonic Shimmer Trap sarebbe perfetto per un fuzz, ad esempio. The Hellcat Spangled Shalalala, però, viene da un bar in cui passavamo molto tempo mentre stavamo scrivendo il disco precedente. La stanza era piena di lustrini e c’erano un sacco di tipe strane tutte ammiccanti, tipo panterone.

Il testo di Snap Out of It ruota attorno all’ipnosi. Pensi ci siano dei veri poteri dietro o è solo capacità di convincimento?
Non sono mai stato ipnotizzato, ma sembra tutto piuttosto reale quando ti capita di guardare ipnotizzatori in televisione. C’è questo show nel Regno Unito in cui questo tizio, Derren Brown, porta la gente a fare qualsiasi cosa. Cose fuori di testa come, ‘deruba qualcuno!’ Niente con cui vorrei avere a che fare.

In I Want It All dici: “Lasciatemi ad ascoltare gli Stones a 2000 anni luce da casa”.
In realtà sono un tipo da Beatles, senza dubbio. Ma mi piacciono entrambi, ho visto gli Stones a Glastonbury ed è stato fantastico.

Non pensi che per una band sia meglio andarsene all’apice del loro arco piuttosto che continuare e continuare a oltranza rischiando di non avere più nulla da dire?
Quello che sono riusciti a fare gli Stones è davvero straordinario. Insomma, hanno settant’anni e sono ancora su un palco. È comunque molto difficile avere un’opinione su una cosa come questa perché non penso di essere ancora arrivato a quel livello. Sono molto eccitato per il disco nuovo, siamo arrivati ad essere una buona live band e, parlando da artista, stavolta penso di avere raggiunto una certa eccellenza. Voglio costruire qualcosa partendo da qua, esplorare nuove cose. Abbiamo ancora molti posti in cui andare.

Penso che la differenza principale di AM rispetto ai vostri dischi precedenti sia la scarsa quantità di chitarre.
Stavolta non volevamo sembrare quattro ragazzi che suonavano nella stessa stanza, mentre era esattamente quello che volevamo sembrare in Suck It and See. Ci siamo immersi in un’idea più minimalista. Le chitarre sono perfette, a volte non sembrano neanche chitarre da come sono suonate, o dagli effetti che ci abbiamo messo. Sembrano un po’ “spaziali”, andrebbero bene per lo stereo di un disco volante. Poi sono uscite delle parti di basso e batteria perfette per essere fatte uscire a pieno volume dalle casse di una macchina. Ci siamo impegnati molto di più anche con le linee vocali, soprattutto con i cori.

In effetti sono molti i pezzi in cui avete messo cori e controcori, su tutte One for the Road.
Li facciamo io, Matt e Nick. Jamie è l’unico che non vuole averci niente a che fare. È tutto iniziato con R U Mine?, nella parte in cui ci mettiamo tutti a fare: [canticchia i coretti del pezzo]. Appena dopo aver provato quella parte ci siamo resi conto di quanto suonasse bene, ci piaceva soprattutto il fatto che fosse una cosa che non avevamo ancora fatto. Quindi ci abbiamo dato dentro.

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